In questo ampio e circolare poema-canto è la lingua stessa a porsi come essenza e motore di un rapporto che lega e stringe, in un aperto e infinibile dialogo, il senso dell’unità e di una fitta molteplicità; ed è la lingua medesima – alta e “sperimentale” non nel senso della pura e semplice eversione formale – a mostrare, qui, una sua autentica vita autonoma e una sua forma assoluta e a sé stante: è appunto essa, ora, che pensa; e non più – o non più soltanto – colui che la crea o colui che, da lettore, la utilizza, l’ascolta, la vive.
(Mario Fresa)