Senz’arma che dia carne all’imperium
01/04/2014
«Rai News.it - Poesia»

Senz’arma che dia carne all’imperium

di Luigia Sorrentino


Ianus Pravo, Leopoldo María Panero

Senz’arma che dia carne all’imperium

Quella di Ianus Pravo è una poesia che ‘si svincola’. Alla lettura, si è immersi in un agone. Vi è rappresentata la lotta particolare dell’autore con se stesso, la volontà di sopprimere il proprio io che va disarmato, cioè va privato di un corpo-carne su cui esercitare il proprio imperium. È questa l’idea di fondo che anima il libro. Essa è sintetizzata dal titolo che riproduce parte di un verso («Ignòrati, senz’arma che dia carne all’imperium») del volume Nostra Signora d’Auschwitz (2007). Solo una volontà autoriale ‘disarmata’ e smantellata rende la poesia libera di occupare lo spazio a lei destinato e diventare poesia che cancella l’autobiografia e rilancia il valore del sovraumano inteso prima di tutto come ‘non quotidiano’. Sono versi terribili e difficili, ma davvero sinceri. E la difficoltà non è posa e maschera, bensì adeguata espressione di una materia profonda che aspira alla libertà e non è dunque richiamo di un vissuto perspicuo. Una libertà che si manifesta anche nella struttura generale del volume tutto costruito sulla impossibilità del dialogo e della vittoria dell’uno sul due, della solitudine sull’alterità conosciuta. (Alessandro Polcri)


In questo volume a quattro mani dal lungo titolo, la parte di Panero (scritta in italiano) è quella che sembra confermare una voce dal timbro nichilistico, che ripete l’antico topos: “l’unico crimine che esiste è esistere” ed esclama: «vorrei con un colpo di nausea distruggere il mondo». Ma questo tono è troppo insistito per non suscitare il sospetto che, più che di nichilismo, qui si tratti di una forma di idealismo deluso. Per esempio, un’immagine continuamente presente, accanto a quella della pagina, è quella della rosa: la cui fondamentale dolcezza non è smentita, anzi è romanticamente confermata, dal suo essere presentata come “malata”, “morta” ecc. Anche il continuo omaggio, esplicitamente citazionale, che Panero offre alla tradizione poetica e artistica internazionale è una mossa fondamentalmente costruttiva anzi edificante. Dietro il nichilismo, insomma, affiora la questione dell’umanesimo, o almeno dell’umano; se il lavoro sulla pagina è visto come il centro vocazionale della vita, scatta tuttavia a un certo punto la frase tagliente: «ma la pagina non è un uomo». E il richiamo alla composizione dal titolo apocalittico di un grande musicista – «o tu Olivier Messiaen / Quartetto per la fine dei tempi» – è pur sempre il richiamo a un artista profondamente religioso. La presenza di Cavalcanti in questo libro evoca anche la genealogia di Pound (menzionato altrove nel testo); e l’associazione tradizionalmente pasoliniana di Gramsci con la cenere (ma “cenere” è un’altra parola chiave nel codice poetico paneriano) nel finale di una delle poesie è ravvivata dall’apparizione, all’inizio di quella stessa poesia, dello spettro del suo condannatore. L’effetto Panero nasce dalla ripetizione martellante di certe immagini chiave; ma ciò che soprattutto resta nella memoria è una quartina extra-ordinaria perché tessuta su immagini non ricorrenti: «L’arancia cade dalla mia mano morta / e rotola sulla strada / perseguitata dal cane dell’immondizia / dal cane atroce della vita». (Paolo Valesio)

libro

Prezzo € 10.00

pp. 92

Formato 12,5x19,5

Anno 2011

ISBN 9788860321879

Collana: Ungarettiana


Condizioni di vendita